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La tragedia di Catanzaro, Renzo: "Il vero problema è ciò che non abbiamo visto prima"
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Ogni volta che accade una tragedia come questa, tutti cercano responsabilità ovunque, tranne che nel punto più vicino: le relazioni umane. Si accusa la scuola, si accusano le istituzioni, si accusa chiunque, ma si dimentica che una persona non arriva a un gesto così estremo da un giorno all’altro. È un percorso fatto di silenzi, di segnali ignorati, di solitudine. E quando manca il dialogo, quando nessuno si ferma davvero a chiedere come stai, allora quella solitudine diventa un abisso. E dentro quell’abisso, spesso, non si vede più nessuna via d’uscita. A dirlo è la pedagogista Teresa Pia Renzo (nella foto) intervenendo sulla tragedia avvenuta a Catanzaro che ha coinvolto una mamma e i suoi figli. Un evento che impone – dice - una riflessione profonda, lontana da giudizi sommari e letture superficiali. Il primo errore – spiega ancora - è ridurre tutto a un fatto improvviso. Un gesto del genere non è mai un fulmine a ciel sereno. È il punto di arrivo di un malessere che cresce nel tempo. Può essere legato a condizioni psicologiche, a fragilità personali, ma anche a un contesto che non è stato in grado di accorgersi, di intervenire, di accompagnare. Poi l’attenzione cade su un aspetto delicato ma centrale: il ruolo dei bambini, che – sottolinea la pedagogista - danno segnali chiari. Cambiano comportamento, diventano più silenziosi, più chiusi, meno partecipi. Ma non hanno la capacità di spiegare ciò che accade in famiglia. Non possono dire - mia madre sta male -, non riescono a dare un significato a ciò che percepiscono. Per questo serve uno sguardo adulto capace di leggere quei segnali. Un educatore – aggiunge - può accorgersi di un cambiamento, può convocare la famiglia, può provare ad approfondire. Ma oltre questo non può andare, se non ci sono elementi concreti. Non possiamo pensare che la scuola possa sostituirsi alla famiglia o intervenire senza un dialogo reale. Il problema vero, però, è che – sottolinea la professionista da oltre vent’anni punto di riferimento per la crescita della prima infanzia - manca il rapporto umano. Manca la capacità di stare accanto, di osservare davvero l’altro, di intervenire quando qualcosa non va. Siamo diventati bravissimi ad accusare, ma incapaci di prenderci cura. E questo vale per tutti: famiglia, contesto sociale, relazioni quotidiane. Ci sono situazioni in cui il dolore diventa così grande da non trovare più parole. In quei momenti, se non c’è qualcuno che intercetta quel disagio, che prova a entrare in relazione, il rischio è che la persona si chiuda completamente. E quando si chiude, può vedere nella fine l’unica via possibile. Non possiamo limitarci a cercare un responsabile dopo. Dobbiamo chiederci – conclude Teresa Pia Renzo - cosa non ha funzionato prima. Dove erano le relazioni? Dove era l’ascolto? Dove era la presenza? Perché una società che perde il contatto umano, perde anche la capacità di proteggere i più fragili. 

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