Il grave evento critico verificatosi ieri presso la Casa Circondariale di Arghillà, culminato nella distruzione di apparecchiature tecniche e tecnologiche destinate alla telemedicina e all’assistenza sanitaria delle persone private della libertà personale, rappresenta un fatto di eccezionale gravità istituzionale, umana e civile.
Non si tratta soltanto del danneggiamento di strumenti sanitari. Si tratta di un attacco diretto alla possibilità di garantire cure, assistenza, dignità e tutela della salute all’interno di un istituto penitenziario già profondamente segnato da criticità strutturali, organizzative e di sicurezza che, da troppo tempo, attendono risposte concrete.
Nella qualità di Garante regionale, esprimo profonda preoccupazione per quanto accaduto e ritengo doveroso evidenziare che episodi di tale violenza confermano come il tema della sicurezza all’interno dell’istituto risulti oggi fortemente compromesso, con conseguenze che ricadono indistintamente sul personale sanitario, sui medici, sugli infermieri, sugli agenti di Polizia Penitenziaria, sugli operatori e sui detenuti più fragili, i quali, in un sistema già estremamente complesso, rischiano di essere ulteriormente esposti a condizioni di vulnerabilità e abbandono. Nelle ultime ore ho cercato invano di avere un’interlocuzione diretta e immediata con il coordinatore sanitario dell’istituto, dott. Nicola Pangallo, poiché temo che la distruzione degli impianti dedicati alla telemedicina possa determinare un grave pregiudizio all’assistenza sanitaria delle persone detenute. Il livello di allarme è elevato e, per tale ragione, richiederò con urgenza un chiarimento istituzionale nelle sedi competenti.
Occorre avere il coraggio della verità: il carcere di Arghillà vive una condizione estremamente delicata, caratterizzata da criticità strutturali storiche, isolamento territoriale, gestione quotidiana sempre più complessa e presenza di persone con profili di elevata complessità trattamentale, sanitaria e comportamentale.
Accanto alla già nota e gravissima problematica della gestione dei detenuti affetti da patologie psichiatriche, emerge oggi con forza anche il tema di persone con disturbi della personalità, condotte aggressive e bisogni di presa in carico specialistica, rispetto ai quali non è più rinviabile una riflessione attenta, seria, scientifica e multidisciplinare. Non è più accettabile che il sistema della sanità penitenziaria calabrese continui a essere trattato come una sanità di serie B. La telemedicina, in un territorio complesso come quello calabrese e in istituti difficili come Arghillà, rappresenta uno strumento essenziale di civiltà giuridica, sicurezza sanitaria e tutela dei diritti fondamentali.
Distruggere quei presidi significa colpire non soltanto l’organizzazione sanitaria, ma anche il principio costituzionale secondo cui ogni persona, anche se detenuta, conserva intatto il diritto alla salute, alla cura e alla dignità umana. Serve un immediato intervento istituzionale coordinato. Servono investimenti strutturali, rafforzamento del personale, maggiore integrazione tra Amministrazione Penitenziaria e sistema sanitario regionale, protocolli di sicurezza adeguati, percorsi specialistici per la gestione dei soggetti ad alta complessità e una presa di coscienza definitiva sul fatto che il carcere non può essere lasciato solo, soprattutto in contesti delicati come quello di Arghillà.
Continuare a sottovalutare ciò che accade negli istituti penitenziari ad alta complessità significa mettere a rischio lo Stato stesso, la sicurezza collettiva e la credibilità delle istituzioni. La Calabria merita una sanità penitenziaria all’altezza dei principi costituzionali della Repubblica.
Esprimo, infine, il mio sostegno e la mia solidarietà ai medici, agli infermieri, agli agenti di Polizia Penitenziaria e a tutto il personale del carcere di Arghillà, che continuano a operare in un contesto difficile e rischioso, garantendo ogni giorno, con senso del dovere e responsabilità istituzionale, la tenuta di un presidio essenziale dello Stato.