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La tenuta delle carceri è tutela della democrazia
02/06/2026
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Tra mafia, terrorismo e nuove minacce alla sicurezza, la Repubblica si misura ancora oggi nella capacità di governare i luoghi della privazione della libertà. Ne parla Giovanna F. Russo (nella foto), Coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali e Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria.

Ci sono momenti nella storia di una nazione nei quali il destino delle istituzioni democratiche si gioca lontano dalle piazze, dai parlamenti e dai riflettori. In Italia, uno di questi luoghi è stato, ed è tuttora, il carcere.

Le stragi mafiose del 1992 e del 1993, l’offensiva terroristica che ha attraversato il Paese negli anni della strategia della tensione e il contrasto alle organizzazioni criminali eversive e mafiose hanno insegnato una lezione fondamentale: la sicurezza nazionale non si difende soltanto nelle strade o nelle aule giudiziarie, ma anche all’interno degli istituti penitenziari. Ogni volta che lo Stato ha dovuto fronteggiare una minaccia alla propria esistenza democratica, il sistema carcerario è divenuto uno dei principali presìdi di legalità. È accaduto durante gli anni del terrorismo interno, quando le organizzazioni armate tentarono di piegare le istituzioni repubblicane. Ne furono una drammatica rappresentazione le stragi mafiose, quando Cosa Nostra scelse la via dell’attacco diretto allo Stato. E continua ad accadere oggi nella lotta alle mafie, alla criminalità organizzata transnazionale, ai fenomeni di radicalizzazione e alle nuove forme di estremismo violento.

Le carceri rappresentano, infatti, il luogo nel quale lo Stato dimostra la propria forza più autentica: quella di esercitare l’autorità senza rinunciare ai principi costituzionali. La Repubblica non vince contro la mafia perché rinuncia ai diritti; vince perché riesce a garantire, contemporaneamente, sicurezza e dignità della persona. Non sconfigge il terrorismo perché si pone al di fuori del diritto, ma perché resta fedele allo Stato di diritto anche nei confronti di chi ha tentato di distruggerlo. Per questa ragione, la qualità del sistema penitenziario costituisce uno degli indicatori più affidabili della salute democratica di una nazione. Un carcere insicuro produce vittime, rafforza i poteri criminali, alimenta traffici illeciti e favorisce processi di radicalizzazione. Un carcere incapace di garantire diritti fondamentali genera marginalità, tensioni e ulteriore devianza. In entrambi i casi, a perdere è lo Stato.

Al contrario, un sistema penitenziario capace di coniugare sicurezza, legalità, trattamento e reinserimento sociale diventa uno strumento essenziale di prevenzione della criminalità e di tutela della collettività. È in questo quadro che si colloca il concetto di “antimafia penitenziaria”: una visione che considera il carcere non soltanto come luogo di esecuzione della pena, ma anche come presidio avanzato di contrasto ai poteri criminali e di tutela dei diritti umani. L’antimafia penitenziaria significa impedire che le organizzazioni mafiose continuino a esercitare il proprio potere all’interno degli istituti; significa proteggere le persone più vulnerabili, garantire sicurezza agli operatori, contrastare i traffici illeciti, prevenire i fenomeni di radicalizzazione e costruire percorsi credibili di reinserimento sociale.

«La sfida del nostro tempo» – dichiara Russo – «è superare le contrapposizioni ideologiche che troppo spesso hanno accompagnato il dibattito sul carcere. Sicurezza e diritti non sono concetti antagonisti. Sono, al contrario, pilastri complementari della medesima architettura democratica». La storia italiana insegna che, quando lo Stato è stato capace di tenere insieme fermezza, legalità e umanità, ha sconfitto il terrorismo, ha indebolito le mafie e ha rafforzato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Per questo la tenuta delle carceri non riguarda soltanto chi vi lavora o chi vi è ristretto. Riguarda l’intera Nazione. La democrazia si misura anche dalla capacità di custodire i propri luoghi più difficili. Ogni volta che lo Stato garantisce controllo, legalità e dignità all’interno delle carceri, rafforza sé stesso e la propria capacità di resistere a ogni forma di violenza, criminalità e sovversione.

In definitiva, la tenuta delle carceri coincide con la tenuta della Repubblica. E la forza della nostra Repubblica coincide con la capacità dello Stato di restare democratico anche quando è chiamato ad affrontare le sue sfide più dure.

 

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