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Premio Sila ’49, chiusura della XIV edizione con Paolo Fresu e la cerimonia di premiazione
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L’odore dell’olio dei pistoni di una tromba, una custodia in legno nero foderata di velluto rosso, un bambino che non vedeva l’ora di toccarla. Paolo Fresu ha aperto la giornata conclusiva della XIV edizione del Premio Sila ’49 partendo da lì, da quel ricordo di Berchidda, da una casa dove non c’era musica, non c’erano libri, non c’era televisione. C’era una tromba comprata di quarta o quinta mano per il fratello maggiore, nascosta nella parte alta della libreria perché il piccolo Paolo non la rompesse. Ieri mattina, a Palazzo Arnone, la lectio magistralis “Le radici e le ali. È dalla terra che si spicca il volo” è stata un vero e proprio racconto di formazione: la banda musicale del paese, il padre pastore che scriveva poesie in sardo su fogliettini di carta, la madre che ancora oggi a cento anni parla in logudorese. Un racconto che dalla Sardegna ha raggiunto il Mediterraneo e da lì il mondo. Fresu ha descritto la sua isola come «un sasso gettato nel Mediterraneo» i cui cerchi concentrici vanno a lambire tutte le coste di quel mare. Un luogo da cui le cose partono e a cui tornano, trasformate. Ha raccontato i 39 anni del festival Time in Jazz a Berchidda, la sera in cui tre ragazzi del paese furono improvvisati bodyguard di Ornette Coleman vestiti come alla prima comunione. E dei pastori che tornavano dalla campagna e si trovavano al bancone del bar con i più grandi jazzisti del mondo. «In una piccola comunità ogni piccolo gesto diventa straordinario, prezioso, perché ogni piccolo gesto pone una pietra per modificare la struttura sociale di un paese». Al centro della sua lectio, il tema della normalità. «Si parla sempre delle cose anormali. Sui giornali escono sempre le cose anormali. Invece le persone che costruiscono, quelle che edificano, quelle che abbattono i muri, sono molte, molte di più». La musica, ha detto Fresu, è la metafora più potente di questa costruzione collettiva: venti violini che suonano lo stesso passaggio sono venti voci diverse che si addizionano e creano una voce più potente e più originale. La diversità che genera bellezza. Al termine, Fresu ha lasciato il pubblico con un assolo di Bella ciao alla tromba.

 

La cerimonia di premiazione

La sera, nella stessa cornice di Palazzo Arnone, la cerimonia condotta da Ritanna Armeni. Che ha aperto ricordando Marta Petrusewicz: «Ero abituata a Marta nelle prime file. Gli occhi di Marta erano molto attenti, molto acuti, curiosi, partecipi, critici, affettuosi. Sono sicura che questa sera è ancora con noi».

Tommaso Greco ha ricevuto il Premio saggistica “Marta Petrusewicz” per “Critica della ragione bellica” (Laterza). Motivazione letta da Massimo Veltri, premio consegnato da Piero Bevilacqua. In dialogo con Armeni, Greco ha parlato della necessità di cambiare lo sguardo sugli esseri umani, di riconoscere che la fiducia e la cooperazione non sono ideali astratti. «In Italia ci sono sei milioni di persone che fanno volontariato tutti i giorni. Questa è una realtà o è una finzione? Questa è la realtà che dobbiamo imparare a vedere».

Armeni gli ha rivolto una critica amichevole sull’assenza della letteratura femminista pacifista nel libro, da Svetlana Aleksievič a Wisława Szymborska. Greco ha riconosciuto la lacuna e ha promesso di colmarla nei lavori futuri.

Matteo Nucci ha ricevuto il Premio Sila sezione Letteratura per “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli). Motivazione letta da Anna Salvo, premio consegnato da Amedeo Di Maio, presidente della Giuria. Nucci ha raccontato il suo Platone come un essere umano, un ragazzino iracondo e mingherlino che cercava di difendere i propri spazi e che ha dedicato tutta la vita a creare giustizia nella polis. «Platone non è morto, ci dice ancora che senza armonia e giustizia non c’è vita felice». Ha ricordato che Papa Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica Humanitas” ha citato la settima lettera di Platone per ricordare all’umanità digitale che la conoscenza non è un dato trasferibile da una mente all’altra, ma nasce dalla lunga convivenza con i problemi.

La motivazione del Premio alla Carriera a Paolo Fresu è stata letta da Valerio Magrelli. «La tromba di Paolo Fresu è una voce ormai classica non solo della musica, dell’intera cultura italiana contemporanea», recita il testo firmato da Tomaso Montanari, che ha aggiunto: «In fondo egli è sempre rimasto fedele a quel bambino che a undici anni suonava nella banda del suo paese».

Fresu ha raccontato il giorno in cui rifiutò il posto alla Sip per inseguire la musica, e i genitori che gli dissero: «Se questa è la tua scelta, noi siamo felici». Ha parlato del jazz come modello di democrazia, dell’interplay come ascolto reciproco, della felicità come quella leggerezza del camminare verso la sala prove a 12 anni, un metro sopra terra.

L’importanza della diffusione della cultura

La serata è stata chiusa dal presidente della Fondazione, Enzo Paolini, che ha ribadito il ruolo del Premio Sila come presidio culturale e spazio di confronto civile, capace di promuovere pensiero, bellezza e partecipazione attraverso un impegno costante e indipendente. Un lavoro che, ha sottolineato, assume un valore ancora più significativo in un tempo in cui la cultura rischia spesso di essere marginalizzata nel dibattito pubblico, sopraffatta dal rumore, dalla semplificazione e dalla conflittualità.

Paolini ha richiamato la necessità di continuare a costruire occasioni di incontro fondate sull’ascolto, sull’approfondimento e sulla qualità delle relazioni, come accaduto nei tre giorni conclusivi del Premio. Da qui l’invito a non arrendersi e a difendere con convinzione il valore della cultura come bene comune: «Per fare quello che facciamo non serve alzare il volume, occorre soltanto alzare la testa».

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